La storia di Monteiro, giocatore carioca che giocò fino alla morte per amore della maglia

by Stefano on




fonte: miracana.blogspot.com

Il calcio brasiliano è pieno di aneddoti incredibili. Esattamente come quello raccontato sul blog Pombo Sem Asa e che ho deciso di tradurre. È tratto dal libro “O Negro no Futebol Brasileiro” e racconta la vera storia di un carioca che ha giocato fino alla morte per amore della maglia. Una lettura da consigliare ai vari Ronaldinho, Jobson, Adriano e compagnia bella. E a tutti quelli che rimpiangono un’epoca calcistica fatta di bandiere, anzi, di eroi.

“Più l’Andaraí perdeva, più Monteiro ci metteva forza e impegno, impregnando la sua maglia di sudore. Doveva finire proprio così com’è finita: malato di tubercolosi. E giocando fino alla fine. Fino a che ce l’ha fatta, non ha mai smesso di andare al campo di allenamento. Con i soldi riusciva a pagarsi a malapena qualche medicina. Molte volte, senza un soldo per prendere il tram, tornava a casa a piedi, lentamente, per non indebolirsi troppo.

Non dormiva bene. Non appena iniziava a prendere sonno arrivava la tosse che lo scuoteva da un lato all’altro. E i giorni e le notti passavano così: da casa a lavorare in fabbrica, dalla fabbrica al campo di calcio, dal campo a casa, alla camera da letto. Fino a che non arrivava la domenica. Monteiro appariva nell’Andaraí , si vestiva da giocatore di calcio, entrava in campo. Alla fine del primo tempo stramazzava sopra un tavolo nello spogliatoio, esausto. Sembrava dovesse morire proprio li in quel momento.

Tutti a chiedergli di tornarsene a casa, di curarsi bene. Ma come poteva pensare di curarsi, nel mezzo del campionato, e l’Andaraí con una partita dietro l’altra? L’Andaraì aveva bisogno di lui. Quando smetteva do giocare, la squadra perdeva. I giocatori correvano in campo senza entusiasmo. Lui doveva giocare, al limite anche facendo il portiere. Per lui, malato e debole, stare in porta significava non dover correre e poteva andare bene. E così si andava a mettere tra i pali. Poi l’Andaraí cominciava a perdere e lui non riusciva a sopportarlo. Chiamava un altro compagno in porta, e prendeva posto in attacco.



Il dottor Rocha Braga si incontrava con i giocatori al baretto, dava notizie di Monteiro. Non c’era speranza. Monteiro sarebbe morto in quei giorni. Forse nemmeno sarebbe arrivato a domenica, giorno della partita con il Vila Isabel. Arrivò la domenica e Monteiro si trascinava. I compagni di squadra si stavano cambiando nello spogliatoio quando lo videro entrare. Nessuno ebbe il coraggio di dire niente, rimasero in piedi a guardarlo, a guardare il suo petto nudo, pelle e ossa.

Fu il dottor Rocha Braga, in quanto medico sociale a proibire a Monteiro di giocare. Monteiro ascoltava il dottore e continuava a vestirsi. E il dottore non potè fare altro che chiudere il becco e aiutarlo a indossare gli scarpini. Monteiro stava morendo e quella era la sua ultima volontà. E Monteiro giocò così il match contro il Vila Isabel. Il dottor Rocha, in tribuna, piangendo. I giocatori piangendo anch’essi mentre rincorrevano il pallone. E Monteiro resistendo, non ne voleva sapere di morire.Monteiro non solo finì la partita. Passo 15 giorni a letto e tornò per la gara di ritorno sempre contro il Vila.

Però stava peggiorando. Già non riusciva più a scrivere la sua firma. Prendeva la penna, ma gli tremava la mano. Quando l’arbitro fischiò la fine della partita contro l’America (6 ottobre del 1918), venne trasportato negli spogliatoi mentre perdeva sangue dalla bocca. Non si è più alzato dal letto.”

 

 

 

 

 

 

 

Tratto dal libro O Negro no Futebol Brasileiro, di Mário Filho.

Written by: Stefano

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